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22 -June -2018 - 18:27

La Storia...dalla Nascita

 

L’ A.P.D. Nicola Di Leo Trani nasce nel 2010.
L'esperienza maturata negli anni, prima come calciatore e poi come allenatore, motiva Nicola Di Leo a fondare la società nel ruolo di Responsabile Tecnico.
Da sette anni, l’A.P.D. NICOLA DI LEO TRANI è presente sul territorio al fine di promuovere, attraverso il calcio, l’attività motoria e sportiva. L’Associazione ha come obiettivo imprescindibile quello di aggregare giovani, infondendo loro l’importanza dei valori quali la socialità, il rispetto degli altri e delle regole, l’onestà, la collaborazione e l’autodisciplina sostenendo e valorizzando quei ragazzi nei quali si scorgono particolari doti tecniche. Dal mese di settembre al mese di giugno gli allievi sono impegnati in vari campionati regionali e provinciali.

Tecnici e Dirigenti condividono le esperienze calcistiche e di gruppo rappresentando al meglio il territorio Tranese.
Il Team svolge il proprio lavoro con il credo imprescindibile di formare persone libere di esprimere il proprio potenziale motorio ed emozionale, prima che calciatori.
La pratica sportiva viene così intesa come un gioco finalizzato al divertimento e alla possibilità di sperimentarsi da soli e in gruppo. In quest'ottica, il calcio diventa un mezzo per la realizzazione di un progetto comune di condivisione e di crescita personale.

La Storia...di una Partita

Perché ogni settimana, la domenica, milioni di persone restano con lo sguardo incollato al televisore? Che cosa dà il calcio a coloro che lo guardano, che cosa offre loro, in che modo li arricchisce? Alcuni sostengono che non dà nulla, e contrappongono lo sport praticato allo sport spettacolo, che sarebbe solo un gioco di emozioni, un’ebbrezza fantastica, uno sfogo di istinti. Una specie di orgasmo collettivo, in cui tutti scaricano le frustrazioni e i livori della vita quotidiana. Questi pessimisti non ci vedono niente di positivo, ma solo una prova dell’irrazionalità umana.
            I sociologi e gli psicologi sono invece più ottimisti, e sostengono la tesi che l’individuo ha bisogno, periodicamente, di dimenticare la propria identità, di fondersi con la collettività. Nello stadio tutti sono uguali. L’avvocato, il medico, l’operaio e il suo direttore, il giudice e la casalinga, i ricchi e i poveri dimenticano chi sono e provano una straordinaria ebbrezza di libertà. Si scatenano in eccessi, gridano, si abbracciano, si fondono insieme a costituire un nuovo potente organismo sovraindividuale. Poi, a casa, ciascuno torna ad essere se stesso nella vita di tutti i giorni.
            In realtà la partita di calcio non è soltanto quella zona franca in cui milioni di individui vanno per dimenticare le regole di comportamento della vita quotidiana, ma è anche una fonte di insegnamento di valori e di moralità che poi servono proprio nell’esistenza normale.
            Ripensiamo ad una partita. I giocatori partono per un’azione, tessono pazientemente una trama superando innumerevoli ostacoli. Superano una barriera, una seconda barriera, poi l’azione fallisce. Devono ricominciare da capo e poi da capo ancora. Senza mai dimenticare la meta, senza mai lasciar cadere la tensione, senza mai lasciarsi abbattere dall’insuccesso.
            E’ esattamente quello che la vita richiede ad ogni individuo. Qualunque meta noi ci poniamo, a cominciare dall’essere promossi a scuola, dobbiamo compiere un numero enorme di azioni combinate: imparare un teorema, una poesia, superare un’interrogazione, poi un’altra ancora, poi un compito in classe, e così via, ricominciando daccapo ogni volta perché nessun risultato è definitivo. Non ci si può mai fermare, riposare, distrarre.
            La partita è una metafora della vita. O ne è una sintesi emblematica, esemplare. Nella partita, quando hai successo, quando hai fatto un gol, corri il pericolo di fermarti soddisfatto, di rilassarti. E invece quello è il momento del massimo pericolo, perché l’altro scatena la controffensiva. Molti individui vengono sconfitti e molte imprese falliscono perché, dopo aver avuto un buon risultato, credono di essere diventate invulnerabili e non ricordano che i concorrenti hanno già studiato le loro mosse, hanno imparato da loro.
            Un’altra norma morale che la vita insegna, è che ti devi spendere, ci devi mettere passione e, nello stesso tempo, devi avere un enorme autocontrollo. Hai sempre addosso un avversario, un marcatore. Ma non puoi dargli un calcio, una gomitata, perché l’arbitro ti squalifica. E l’arbitro è inappellabile. Come il professore che ti fa l’esame, come il dirigente che ti rimprovera. E può avere torto marcio, ma non puoi gridare, non puoi insultarlo. Devi stringere i denti, accettare l’ingiustizia e correre avanti ancora. L’eroe deve essere imperturbabile.
            Nella partita, come nella vita, nessuno di noi è, in realtà, un giocatore isolato. Tutti abbiamo bisogno del passaggio giusto. Nella partita il grande campione è un generoso, prepara l’azione per gli altri, li porta alla vittoria.
            Tutti questi valori, queste regole morali, noi le apprendiamo e riapprendiamo guardando una partita, le facciamo nostre, le portiamo nella nostra azione quotidiana. Sono un esempio, un modello ideale, che ci sostiene, ci guida nel difficile mestiere di vivere. 

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